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Questa è l’acqua – David Foster Wallace

 

Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”

[…] Il valore reale di una vera istruzione, che non ha quasi nulla a che spartire con la conoscenza e molto a che fare con la semplice consapevolezza, consapevolezza di cosa è reale ed essenziale, ben nascosto, ma in piena vista davanti a noi, in ogni momento, per cui non dobbiamo smettere di ricordarci più e più volte: “Questa è acqua, questa è acqua.”

Trascrizione del discorso di David Foster Wallace per la cerimonia delle lauree al Kenyon college,
21 maggio 2005. LINK

 

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Il ciclista lo sa

 

Ci sono curve in discesa

a marzo, il ciclista lo sa,

dove ti aspetta l’inverno

nascosto nell’ombra, feroce.

Jam  Littlepie

 

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Rorschach e il suo test

 

 

Hermann Rorschach nasce a Zurigo nel 1884, diventa psichiatra e lavora presso diversi manicomi. Sarà ricordato per un solo contributo: il test che porta il suo nome. Si tratta di dieci disegni astratti, simmetrici lungo la verticale, simili a quelli costruiti facendo sgocciolare del colore su un foglio, piegandolo a metà e riaprendolo. Il test, pubblicato nel 1921, consiste nel guardare i disegni, uno dopo l’altro, e nel dire che cosa si vede. Grande era allora la fiducia nella capacità degli psicologi di saper svelare i misteri della mente. […] Alla base del successo del test c’era l’entusiasmo acritico per l’esplorazione dell’inconscio considerato un’entità eccezionale e misteriosa. Le macchie di Rorschach, usate nel processo di Norimberga e in quello ad Adolf Eichmann, toccano il massimo della popolarità negli anni Sessanta. Si tennero sempre segreti i sistemi per decifrare le risposte, vanificando così eventuali controlli.  Le persone volevano crederci.

Lo psicologo triestino Gaetano Kanizsa chiese ai partecipanti di un esperimento di tracciare una figura senza staccare mai la penna dal foglio. Grazie a questo solo disegno descrisse la personalità di ciascuno. La maggior parte dei partecipanti trovò azzeccata la diagnosi. In realtà il profilo di personalità era lo stesso per tutti! Il successo del test di Rorschach è una dimostrazione indiretta di come la mente umana giunge a credere, del perché e del come lo desidera. Kanizsa, con ironia, diceva che ormai i miracoli sono accettati solo in veste pseudo-scientifica.
Paolo Legrenzi – Sole 24 Ore, 22 aprile 2018 

Leggi  l’articolo completo LINK

 

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Kant: l’imperativo categorico

Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo.

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La mente prigioniera

 

In generale l’uomo è incline a considerare naturale l’ordine nel quale vive. Le case che guarda andando al lavoro gli appaiono più come rocce generate dalla terra stessa che come opera della mente e delle braccia umane. La sua attività in una ditta o in un ufficio viene da lui considerata importante e decisiva per l’armonico funzionamento del mondo. Il modo di abbigliarsi, suo e degli altri, è a suo avviso esattamente quello che deve essere e l’idea che sia lui sia i suoi conoscenti potrebbero altrettanto bene indossare tuniche romane o armature medievali lo fa ridere. La posizione sociale di un ministro o di un direttore di banca gli sembra qualcosa di serio e degno di invidia, e il possedere una cospicua somma di denaro una garanzia di tranquillità e sicurezza. Non riesce a credere che in quella strada che conosce così bene, dove dormono gatti e giocano bambini, possa fare la sua comparsa un cavaliere che getterà un laccio al collo dei passanti per poi portarli in un mattatoio dove saranno subito uccisi e appesi a uncini. È anche abituato a soddisfare quei bisogni fisiologici comunemente considerati intimi nel modo più discreto possibile, lontano dagli occhi dei suoi simili, senza nemmeno riflettere sul fatto che tale usanza non è comune a tutti i consorzi umani. Insomma, si comporta un po’ come Chaplin nel film La febbre dell’oro che è tutto affaccendato nella sua baracca e nemmeno sospetta di essere sospeso sull’orlo di un burrone.
Ma basta che una sola volta percorrendo quella strada egli veda sui marciapiedi uno spesso strato di vetri rotti dalle bombe mentre il vento porta via documenti a uffici evacuati in preda al panico, che già è intaccata la sua fiducia nell’illusoria naturalezza delle sue abitudini fino a quel momento. Come volano tutti quei fogli così pieni di timbri, con le diciture «confidenziale» e «segretissimo»! Quante casseforti, quante chiavi, quante pappagorge dirigenziali, quante conferenze, quanti uscieri, quanti sigari, quante signorine che battono tese sulle loro macchine da scrivere! E il vento si porta via tutti quei fogli che ognuno può prendere e leggere mentre invece nessuno lo fa perché ci sono cose più pressanti, come ad esempio procurarsi un chilo di pane. E il mondo va avanti come se niente fosse. Che strano! L’uomo avanza lungo la strada e si ferma davanti a una casa sventrata da una bomba. L’intimità delle abitazioni umane, i loro odori familiari, il loro tepore di cellule d’ape, i loro mobili che serbano la memoria dell’amore e dell’odio. Tutto è nudo adesso! La casa mostra la sua struttura: non più roccia che ha sfidato i secoli ma intonaco, calce, mattoni, armature. E al terzo piano, solitaria e accessibile ai soli angeli, una vasca da bagno bianca dalla quale la pioggia cancellerà il ricordo di coloro che vi si sono lavati. Persone ancora poco tempo fa potenti e venerate hanno perduto tutto ciò che avevano, e vanno per i campi mendicando dai contadini qualche patata. I soldi da un giorno all’altro cambiano valore, diventando mucchi di assurdi rettangoli stampati. Su un ammasso di rovine fumanti sta seduto un ragazzino che frugando nella cenere con un filo di ferro canticchia una canzone su un grande condottiero, tanto valoroso che non permette al nemico di avvicinarsi nemmeno alla frontiera.

Czesław Miłosz, La mente prigioniera Adelphi, 1981

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Genoa Isn’t Rome or Florence

Why do so few people visit Genoa?

I ask this question every time I visit the Italian city. Two summers ago, I heard one of the best answers from Mitchell Wolfson Jr., an American who moved to Genoa in 1968 and is the founder of the Wolfsoniana, a museum of decorative and propaganda arts in nearby Nervi.

“Verdi put it best,” Mr. Wolfson said. “‘Popolo della feroce storia.’ It’s a place that has never gotten over its ferocious past.”

Genoa is not Florence, Rome or Venice. There is no predigested list of must-see attractions or must-do activities, no romantic watery lagoons, no birth of the Renaissance to chase after. Its tourist infrastructure might be summed up as less is more. The city invites — in fact, it requires — you to have your own experience. And it repays the effort. “Once Genoa gets inside of you, it cannot be purged,” Mr. Wolfson said. “Genoa has a heart and soul like no other.”

 

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Andrea Bianchi traduce Camus

bianchi

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22 febbraio 2017 · 5:05 PM