Beautiful Losers

E’ un collega interessante, uno che in collegio si porta da leggere  un testo di estetica di Maurizio Ferraris. Ci si iNYCncrocia talvolta in ascensore, due parole sul cinema e poi via in aula. Un giorno, non so come, si parla di sport. Io sostengo che nelle pagine sportive talvolta si infiltra della letteratura di buon livello. Il calcio, il ciclismo, il tennis danno la licenza di essere leggeri, per scriverne non è necessario fare la faccia pensosa dell’intellettuale. Lui è d’accordo, si parla di scrittori e di sport, ci scambiamo alcuni nomi. Mi viene in mente che ho nel cassetto un libro di Soriano, l’ho prestato a un ragazzino di prima che gioca a calcio e, miracolo, lo ha letto ed è pure tornato a casa, il libro intendo. Così lo allungo al collega, lui dice che non sa se riesce a restituirmelo per fine anno e che, siccome è precario, l’anno prossimo sa Iddio dove lo mandano. A me dispiace, non per il libro va da sé, e gli dico che caso mai va bene così. 15 giorni dopo mi restituisce Soriano e ci aggiunge, buon peso, Hornby “Febbre a 90’“ che mi regala. Parliamo del Gato Diaz de “Il rigore più lungo del mondo”, E’ un bel modo di finire l’anno. Ora è tempo di esami, ma anche tempo di campionati del mondo di calcio e di giro ciclistico del Delfinato. Vedere sport in tv è bello, ma leggerne il giorno dopo lo è ancora di più. Prendete Gabriele Romagnoli che scrive su Repubblica della sconfitta per 5-1 della Spagna contro l’Olanda e poi ditemi se non è vero …

Del Bosque, maledetta riconoscenza

La riconoscenza e l’affetto sono maledizioni sottili. Finisce che passi anni supplementari con lo stesso partner in ricordo di giorni che non torneranno più: quando ero a terra e mi hai teso la mano, quando insieme abbiamo vissuto una notte in cima al mondo… Così don Perdiente Del Bosque da due giorni è un patriarca perduto nel suo labirinto: ha figli invecchiati di colpo, ragazzi d’oro diventati di latta e non sa come guidarli per uscirne. Il club degli allenatori che hanno vinto un mondiale è ristretto quanto sofferto. Bisognerebbe avere la forza di entrarci, fumarsi un sigaro con gli altri fortunati, bere un cognac stravecchio in una coppa dai bordi dorati, poi guardare l’orologio e dire: “Beh, s’è fatto tardi, per me è tempo di tornare a casa”. Trionfare e dirsi addio.

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Il Calendario dei mondiali

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